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	<title>Gorizia 1962 &#187; Ludovico Frati</title>
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	<description>La vera Pizzeria Napoletana al Vomero</description>
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		<title>Cibo per fate</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Aug 2012 11:04:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gorizia1962]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Spunti di Gusto]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa storia inizia con “c’era una volta…”. Sì, perché quando una storia si perde nel mito a volte si trasforma in fiaba da raccontare e da tramandare. C’era una volta una gentile e bella fanciulla di nome Marziella che offrì ad una fata una “<em>pizzella</em>”. La fata, soddisfatta del caldo e soffice pasto, volle ringraziare la fanciulla, facendole uscire dalla bocca rose profumate ed odorosi gelsomini e trasformandole ciocche di capelli in perle e rubini. Marziella aveva una cugina brutta e malefica, di nome Puccia. Poiché Puccia aveva negato alla fata il piacere di gustare una “<em>pizzella</em>”, la fata la punì facendola schiumare dalla bocca ed infestandole i capelli di pidocchi.</p>
<p>Questa novella, che ha come protagonista la pizza, è contenuta nel capolavoro di <strong>Giambattista Basile, “Lo cunto de li cunti</strong>” (1634-36) e ci ricorda come già nel Seicento la pizza era considerata cibo per fate.</p>
<p>In realtà più che di pizze dovremmo parlare di pizzette fritte, come le famose paste cresciute che arricchiscono la nostra frittura all’italiana, che si ispira ad un’antica e genuina ricetta della tradizione partenopea. Ne riporta una variante anche <strong>Ippolito Cavalcanti</strong> (nato ad Afragola nel 1787, morto a Napoli nel 1859) nella sua opera di ampio successo “<strong>Cucina teorico-pratica ovvero il pranzo periodico di otto piatti al giorno”</strong>. Così descrive la ricetta delle “pizzelle fritte di pasta cresciuta e ‘mbuttunate (imbottite, <em>ndr</em>) di alici”: «<em>Prendi due rotoli di pasta di pane cresciuta, mettici due misurini d’olio finissimo, un po’ di sale e pepe e stendila con la forza del polso quanto più puoi. Mettili a crescere un’altra volta: quando vedi che ha fatto le crepe di lievitazione, la lavori di nuovo, la sbatti come si fa con lo sfoglio alla francese. Ne ricavi varie porzioni tutte uguali e le modelli con la mano, fino a farle diventare ben rotonde. Al centro vi metti molte alici grosse, private della coda e delle spine, già marinate con olio, sale e pepe. Poi, dopo aver ricoperto una porzione con un altro strato di pasta che deve essere stretto tutt’intorno, la metti a friggere</em>». <em>Et voilà</em>, ecco l’antica ricetta delle paste cresciute con alici che ancora oggi imbandiscono le tavole dei napoletani durante il cenone della vigilia di Natale.</p>
<p>Esiste anche la variante dolce. Nel <strong>“Libro di cucina del secolo XIV” Ludovico Frati</strong> descrive la ricetta delle frittelle dell’imperatore Manfredi: «<em>prendi dell’albume d’uovo e delle fette di formaggio fresco, schiacciale insieme all’albume e mescola il tutto con un po’ di farina a cui aggiungerai dei pinoli. Prendi una padella con della sugna e, quando questa bolle, puoi fare le frittelle. Spolverale con zucchero e conservale al caldo»</em>.  </p>
<p>Alimento semplice ed appagante, la pasta cresciuta ben si sposa agli ingredienti a cui si intende abbinarlo. È questo il segreto di una ricetta <em>evergreen</em>, ideale per tutte le stagioni: ottima di inverno a scaldare lo stomaco, perfetta d’estate ad accompagnare una fresca birra, meglio se artigianale.  </p>
<p>Germana Grasso</p>
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